una non troppo piccola riflessione sulla solidarietà

Riflettiamo un poco sulla solidarietà. Messaggio luunghissimooooo con un ospite, Flaviano D’Ercoli salesiano di don Bosco

 

 

Salve cari amici, come va? Come state?

In questo mio ennesimo trasferimento, una cosa bella è aver un poco di tempo da dedicare a voi. In questi giorni sto avendo la possibilità di scrivere, rispondere in maniera “personale” a molti di voi. Da un lato sto riuscendo a farmi perdonare due anni abbondanti di veloci risposte, o di assenza (giustificata credo J) epistolare, dall’altro è davvero bello sentirvi vicino. Grazie.

Questa volta non vi faccio partecipi di realtà legate al popolo angolano, o keniano, vorrei farvi partecipi di una mia riflessione su un tema a me caro: la solidarietà.

È un tema sul quale sto riflettendo, partendo dalla mia personale esperienza, da quella di cari amici, da quella tecnica: volontari che vengono e che vanno. Da quella dei benefattori, da quella dei poveri, già anche loro sono solidali.

Questo già mi porta a fare delle differenziazioni: la solidarietà morale e sociale; la solidarietà economica, la solidarietà dell’occidente e la solidarietà dei paesi poveri, la solidarietà cristiana.

Sicuramente userò termini sbagliati e dimenticherò molte cose, ma siate buoni, perdonatemi e cercate di “capirmi”.

Ci sono molti modi per essere solidali: con il volontariato, donando parte del proprio tempo, con il denaro, dando ciò che si può, con delle scelte mirate al bene comune in quello che faccio, lavoro, scelte economiche, stile di vita in generale.

La solidarietà quindi espressa nel volontariato, cristiano e non, in terrai missione, con quelle caratteristiche che comunque, se è vera vocazione, ha anche nelle terre occidentali.

 

Per me la parola volontario ne racchiude altre importanti, delle caratteristiche che si devono avere: donarsi, per questo essere disposto ad apprendere e a mettersi in discussione; amore, per l’altro così come è e senza il desiderio di doverlo “cambiare”; avere una propria vita che è solidale ma come stile di vita, quindi mi dono e lo faccio dopo aver vissuto un cammino e per questo “ho” da donare; accettare, le”deficienze” degli altri, dell’ambiente che mi accoglie e soprattutto le mie; capacità di osservare ed ascoltare, prima di parlare. Solidarietà intesa come responsabilità, io sono responsabile dell’”altro”, egli non è uno sconosciuto ma è mio fratello in Cristo risorto, quindi è un altro nel quale mi rifletto e mi rivedo, vedendoci allo stesso tempo il mistero dell’incarnazione e per tutto questo, l’altro diventa destinatario del mio amore e per questo me ne sento  e me ne faccio responsabile.

 

Mentre scrivo ricordo dei volti: Silvia.

Silvia l’ho conosciuta nel ’94 credo. Era una ragazza dell’ambiente salesiano, animatrice di un’associazione chiamata ADS. Una ragazza intelligente, carina, decisa.

Conobbi questa ragazza in una comunità per recupero di ragazzi con disagi giovanili: Soggiorno Proposta. Mi colpì la sua disponibilità ad incontrare gli altri, la sua continua testimonianza cristiana ed umana: non parole fuori posto, non atteggiamenti fuori posto e non vi parlo di una ragazza bigotta, ma di una ragazza sveglia, attiva, propositiva, di un’allegria piena, una ragazzi gioiosa, e la donna, la mamma che è diventata hanno confermato in pieno tutti questi aggettivi.

Una ragazza che scelse di passare una 15 di giorni in una comunità con dei “tossici”. Perché? Per chi? Ricordo di verle posto alcune di queste domande, non ricordo le parole esatte che mi rispose, ma il contenuto può essere così riassunto: per Cristo, perché amo l’uomo mio fratello, perché “l’altro” è per me importante.

16 anni… le scelte che questa donna ha fatto sono state pienamente coerenti con le sue parole di sedicenne. Una persona con contenuti che scelse di donarsi e di mettersi in discussione in quella esperienza ed in altre successive.

Raffaele.

Obiettore di coscienza in una comunità per portatori di handicap. Un anno “donato”, sempre disponibile, a tutte le ore e per tutti. Già questo non è semplice, soprattutto in una comunità per portatori di handicap, dove non è difficile poco alla volta esserci ma specialmente per alcuni. Raffaele no, il gesto più bello: donò tutta la sua ultima licenza, “l’ordinaria” se ricordo il termine esatto ad accompagnare delle persone in alcuni piccoli viaggi dall’Abruzzo, alle Marche, all’Umbria, al Lazio. La maggior parte degli obiettori che ho conosciuto (Soggiorno Proposta, Comunità di Capodarco, oratori salesiani) avevano un sacro rispetto per le licenze, guai a non avere il sacro rispetto di tali licenze, quindi nei giorni di licenza per favore… non disturbare che sono il mio sacro e dovuto riposo. Non dico che sia sbagliato, ma vedere questo ragazzo con la massima semplicità rinunciarci per guidare il pulmino ed accompagnare dei portatori di handicap mi fece e mi fa riflettere sui contenuti nella vita di questo ragazzo, sulle sue priorità, sul significato che per lui aveva la parola donarsi.

Penso a degli amici sempre presenti nella mensa di S. Egidio, sempre con il sorriso sulle labbra ad accogliere dei fratelli che hanno di meno e qualche volta questo di meno include anche la gratitudine, il rispetto. Questo significa che tu ti “doni” ma all’altro non glie ne frega nulla e per una parola mal recepita, o una minestra fredda ti pianta su un bel casino, che decisamente non ti gratifica.

Volontario per me è questo, un donarsi integralmente e con pieno amore, al di là di quello che si riceve perché non è detto che si riceva qualcosa, o che questo qualcosa sia gradevole.

 

Vedete io credo che oggi la parola solidarietà e di conseguenza la parola volontario, sia abusata e violentata nella nostra società. Troppe volte maschera il desiderio di essere “alternativo”, di voler apparire “buono” o meglio “giusto”. Altre volte viene sfruttata per raggiungere scopi personali che nulla hanno a che vedere con il significato pregno d’amore e di donazione di questa parola.

Permettetemi un esempio: giorni fa viene nella mia comunità una persona, italiana. Io e l’altro padre italiano l’accogliamo lei si ferma a pranzo con noi. È accompagnata da un Padre keniano. Si parla, si conversa: “lei cosa fa in Italia?” “ho quasi smesso del tutto di lavorare, i figli sono grandi… sa adesso faccio questo (indicando il padre keniano), faccio del bene… aiuto questi qua…”. “sono arrivata non dalla missione in “…” ma da Mombasa, (vi passa gli ultimi 5 giorni della sua esperienza solidale in Africa, esperienza durata 20 giorni)  vede tornare in Italia bianca come prima dopo essere stata in Kenia, sa… non va bene”. Il tutto detto con ingenuità e spontaneità, nonché con il sorriso sulle labbra. Ora io non voglio mettermi a giudicare questa persona, non sono degno di giudicare gli altri, ma permettetemi di criticare le azioni contenute in quelle parole: razzismo, non comprensione del luogo in cui si è andati, desiderio di “alternatività” alla vita condotta in Italia. Il padre keniano parlava italiano, mentre la “persona” parlava io lo osservavo e mi vergognavo. Un uomo intelligente che ha subito frasi del tipo “certo se non c’erano gli inglesi chi ve la portava la civiltà”. Un uomo che accettava in silenzio… perché aveva bisogno dei soldi per manadare avanti la missione, situata in una zona che soffre la siccità da tre anni. Scusatemi, ma questa non è solidarietà questo non è essere volontari, questo non è amore.

Un’altra persona, italiana. “io sono volontario”, questa persona riceve uno stipendio, ha un assicurazione, ha l’uso di macchine che in Italia non potrebbe mai permettersi. La carica che ha gli da uno status sociale che in Italia non ha con tutti i benefici di tale carica, al termine della sua esperienza avrà accumulato sul suo curriculum dati significativi tipo “responsabile del progetto XXX per l’ONG XXX” e tante altre cose belle. Non ha attività con le persone del posto ma aiuta con il suo lavoro tecnico le attività sociali della Chiesa. Per carità, non voglio mettermi a discutere sul fatto che questa persona abbia diritto a delle “sicurezze”, ma perdonatemi non mi piace la parola volontario. Tale parola oggi la trovo spesso accostata a persone che agiscono in varie parti del mondo, ma che poi sono persone con tante sicurezze da tornare in Italia molto più ricche economicamente di quando sono partite. Alcune è interessante incontrarle all’ombra delle palme il sabato e la domenica, “scusa ma dopo 5 giorni di lotte in ufficio o in macchina nel caos di Luanda, ho bisogno di ricaricarmi e di riposarmi”.

E’ significativo incontrarli anche in alcuni ristoranti che vivono grazie alla presenza dei bianchi all’estero, e molti di loro appartengono ad ONG (associazioni non governative). Vogliamo parlare della testimonianza di vita? Delle donne cambiate con facilità, della moralità messa da parte in alcuni casi (sarebbe interessante pubblicare qui alcuni dialoghi avuti con delle prostitute in Angola)?

Ora non voglio estremizzare e dire che la maggior parte delle persone che ho incontrato in missione sono così, ma ce ne sono molti, che cavalcando l’onda del “vado a fare il volontario perché credo nella parità dei diritti e nello sviluppo…” si presentano in terra di missione (ambito cristiano dal quale scrivo) o in terra di sviluppo (ambito al quale mi sento legato profondamente), facendo danni non indifferenti a vari livelli: culturali, sociali, morali e impedendo così lo sviluppo dell’uomo nella sua dignità e cultura. Il contrario di quello che viene sbandierato il giorno della “partenza”.

 

Scusate ma io credo che per essere volontario si debba essere persone di provata maturità spirituale-affettiva. Con delle competenze certo, ma soprattutto con un profondo amore per l’uomo. Credo che si possa essere non cattolici e comunque volontari, quindi solidali. Ma credo fermamente che il volontario cristiano, quando è tale, abbia una “marcia” in più. Posso farvi altri esempi?

Rosa, 40 anni, non sposata, Cooperatrice salesiana argentina. Insegnante in due scuole professionali. Lascia l’Argentina nel 2004 per vivere una esperienza di volontaria missionaria in Angola. Non riceverà né assicurazioni, né stipendio, unica sicurezza ritroverà il lavoro al suo ritorno in Argentina (riceve questa “sicurezza” alla fine del primo anno di volontariato… tornando in Argentina per tre mesi e lottando per questa sicurezza).

Una magnifica persona che si è integrata totalmente nella favelas della Lixeira. Amata e rispettata dal popolo, veste con la semplicità che la caratterizza e gira liberamente per una delle favelas più pericolose dell’Africa senza che nessuno le torca un capello: “è qui per noi!” questo è il pensiero del popolo. Come lo hanno capito? Dalla sua condivisione della povertà, lei vive nella favelas con loro. Dalla sua semplicità e donazione: sempre pronta al servizio ovunque sia chiamata e a qualsiasi ora. Dal suo condividere anche le malattie e dal suo curarsi nell’ambulatorio salesiano nella favelas, come il popolo. Il suo sorriso è sempre presente insieme alla sua disponibilità.

Rafel, cooperatore salesiano, insegnate in un rinomato liceo salesiano in Brasile. Lascia il Brasile nel 2005 per un servizio di un anno (sembra abbia deciso di farlo diventare di due) in Angola, favelas della Lixeira.

Per venire deve licenziarsi, ricevendo un’assicurazione sul suo posto di lavoro sulla parola. Per pagarsi viaggio, assicurazione e la macchina fotografica che usa in Angola vende la sua automobile. Sto parlando di una persona che in Brasile si può definire sistemata: lavoro (apprezzato da tutti e soddisfatto del suo lavoro), fidanzata, buona famiglia, amici.

Lui come Rosa sono persone di PREGHIERA, sono persone innamorate di Cristo e da lui si sono sentiti chiamati. “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” Lc 5,11

Queste due persone si dedicano anima e corpo al fratello bisognoso, amandolo e condividendo le sue gioie e tribolazioni dalla domenica alla domenica seguente. Sono stressati? Vorrei farvi vedere i loro occhi…

Dove è la differenza allora? Nei contenuti di cui parlavo: alcuni sono pieni di contenuti sociali nati, cresciuti, sviluppati all’ombra delle bandiere del “Che”, altri sono contenuti figli dell’amore per Cristo: un Cristo frequentato si nelle Chiese ma anche nei cuori di tutti gli uomini.

Alcuni ricevono responsabilità alle quali non riescono poi a dare delle risposte, i limiti personali, si scontrano con la difficile realtà della missione, e l’uomo inizia a cedere… altri partono con un senso di responsabilità bei confronti del fratello che si traduce in solidarietà verso il fratello. Dinanzi alle “mazzate” della missione non cedono, avendo come supporto il Cristo nella Santa Eucaristia, il Nazareno nella preghiera personale, Gesù nel servizio ai “piccoli e indifesi” laddove sono mandati.

Ora qualcuno si arrabbierà, ma permettetemi di dirvi che l’Africa a bisogno di volontari, e spero che fra voi ce ne siano tanti, ma prego Dio che siano persone che frequentano, vivono, conoscono il Cristo oppresso, bisognoso, solo, ferito… e che vengano per dargli da bere, da mangiare, da vestire, dedicandogli tutto nel tempo che hanno scelto, senza trattenere e accumulare. Permettetemi anche di dire che non credo nel volontario che è tale perché è in Africa, ma che nella sua terra, l’Italia si è preparato ad essere volontario solo a convegni e manifestazioni, senza frequentare, aiutare, conoscere ed amare il Cristo sofferente e bisognoso che vive in Italia.

I nostri contenuti devono essere testimonianza concreta a 360° gradi della presenza di Cristo nella nostra vita, attraverso scelte quotidiane vissute alla presenza del vangelo, allora sarò un volontario missionario. I nostri contenuti devono essere testimonianza concreta di amore profondo per l’uomo impegnando tutto me stesso per incontrarlo, accompagnarlo, sostenerlo affinché anche lui abbia il diritto all’uguaglianza, alla libertà, alla fraternità, senza Cristo non lo credo possibile ma rispetto la persona che comunque lascia tutto (e non trattiene) per seguire l’uomo, questi vive la solidarietà e se ne fa responsabile.

Spero quindi che poco alla volta si arrivi a distinguere il gesto solidale, la scelta del volontario, da quella di colui che si da, ma con dei benefici, con delle sicurezze, con delle esigenze, il quale è persona degna di rispetto ma non volontario, al massimo un tecnico che scegli di “donarsi” in una esperienza particolare.

Bè, alla fine della lettera mi sono ritrovato a scrivere su cose differenti rispetto a quelle che volevo affrontare, ma non mi piace censurarmi, né in nome della diplomazia, né in nome dello stile quindi abbiate pazienza e spero di essere riuscito a comunicare una riflessine figlia della sofferenza e dell’amore per l’altro.

Con affetto

Stefano Francesco

 

Eccomi qua, sono Flaviano, salesiano come Stefano, stessa età di Stefano, missionario in Italia. Con Stefano stiamo cercando di vivere e lavorare insieme (come dicono le nostre costituzioni salesiane) uniti nella carne di Cristo pur essendo ormai separati a vita secondo la semplice prospettiva spazio/temporale.

Mi permetto di intervenire sul tema della solidarietà anche se non conosco molti dei lettori; perché sento comunque il piavere (avete letto bene; non mi viene una parola che dica insieme piacere e dovere e così l’ho inventata sebbene facessi prima a scrivere piacere e dovere piuttosto che tutta questa lunga spiegazione) di riflettere pubblicamente; perché so che la riflessione non è mai abbastanza oggi; perché chi non vuole può tranquillamente non leggere.

“Solidarietà” è una parola con una lunga storia ma nessuno potrà negare che le radici comuni con “Solido” sono evidenti e significative. Essere solidali significa essere tutt’uno con l’altro. Gesù non ha usato la parola solidale; ha detto farsi prossimi ma il senso è quello. Solidarietà e comunione sono risvolti della stessa medaglia. Sono in sintonia con Stefano quando dice che essere solidali richiede una certa maturità: in particolare essere solidali con l’altro richiede essere solidi con se stessi, cioè essere tutt’uno con noi stessi. Solidi e solidali era lo slogan di qualche anno fa con cui gli scout parlavano, in Italia, si queste cose.

Essere tutt’uno con se stessi per essere tutt’uno con l’altro. Il problema è che tutt’uno con se stessi, dice Gesù, lo si diventa quando ci si fa prossimi, cioè solidali. E’ un gatto che si morde la coda? Esattamente! O una trottola che gira su se stessa, fa lo stesso. Come ogni gatto che cerca la sua coda insegue qualcosa e come ogni trottola che gira, gira su un perno così ogni uomo che non sa come essere solido per solidale e non sa come essere solidale per essere solido deve ammettere che non può risolvere l’enigma da solo. La purezza delle sue intenzioni va verificata nel confronto con qualche criterio; va misurata con un metro. Chi si fida troppo facilmente della sua spontanea solidità o solidarietà quasi certamente è spinto all’azione da qualche motivo che o non conosce o rifiuta di conoscere o nasconde: la trasparenza del cuore non è cosa facile per un uomo. E chi non ha cuore trasparente cade nelle contraddizioni che ci ha descritto Stefano.

Ora se Gesù dice: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” significa che la trasparenza del cuore può essere verificata molto bene. Chi vede Dio è trasparente, chi non lo vede non lo è. Certo rimane da verificare che il Dio che uno dice di vedere sia veramente il Dio di Gesù (da che il mondo è mondo ne abbiamo visti di falsi profeti); ma questo è un problema semplice a risolversi. Gesù è vivo e vegeto in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa.

La mia ipotesi di discussione sulla solidarietà, quindi, è questa: la solidarietà va verificata a confronto con la propria solidità interiore di fronte alla Chiesa che è la presenza di Gesù fra noi.

Ne deriva che non tutto il “bene” che si fa è bene, perché non tutte le nostre azioni sono tutt’uno (solide) con la carità di Gesù (lo Spirito Santo) e di conseguenza non saranno mai tutt’uno con l’altro che ha bisogno (solidali) perché solo Gesù è capace di amare l’altro fino al sacrificio di se stesso.

Queste righe non appaiano scritte in polemica con i non credenti perché per loro il discorso andrebbe  approfondito (e lo faremo qualora vi fossero richieste). Siano piuttosto meditatela tanti cristiani che fanno della solidarietà un hobby, un impiego del tempo libero, un dono di “ciò che a me non serve”, una condivisione del “di più”. (qui sono un po’ più cattivo di Stefano)

La solidarietà, infatti, richiede il dono di sé che, per chi prova a viverlo, è evidente che non è nulla di semplice, scontato, a tempo perso ecc. ma richiede, invece la morte, di cui qui in Italia non si sente mai parlare forse perché cerchiamo di vivere come se non esistesse. Sarebbe solidarietà pervertita quella che lavorasse affinché anche i fratelli più sfortunati (cioè quelli che sono costretti a confrontarsi con la morte) arrivino a vivere come se la morte non esistesse?

Chiudo con una domanda per mostrare apertura al dialogo visto che di solito mi dicono che sono un po’ troppo assertivo (cioè non sono contento se non mi danno ragione). Funzionerà l’inganno? 

Informazioni su frasteps7299

Sacerdote salesiano della Chiesa cattolica in Angola.
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6 risposte a una non troppo piccola riflessione sulla solidarietà

  1. giuseppe ha detto:

    Ciao Ste\’, ciao Fla\’ e\’ un pezzo che non stiamo insieme non e´
    vero? Comunque volevo dire anche io la mia a proposito della solidarietà,
    veramente non so se faccio bene a scrivere visto che il mio mestiere non e\’
    quello del filosofo o del teologo, forse farei meglio a fare quello che so fare
    limitando cosi i danni, installare qualche server magari con Linux :-)Ho
    letto con attenzione i vostri commenti sulla solidarietà ed il volontariato ed
    ho trovato molto interessante il passaggio tuo Fla che parla della solidità.
     
    Porca miseria questa non e\’
    veramente una cosa facile come fare il volontario essere solidale significa
    compromettersi fino in fondo anzi diventare diverso, cambiare, la trasparenza
    del cuore richiede tenacia richiede armi veramente affilate per poter affrontare
    il nemico, nemico che ai nostri tempi, penso in qualsiasi societa ormai ha una
    caratteristica in comune, fa finta di non esserci. La mia esperienza personale
    mi dice che i modelli educativi e di esperienze come possono essere quelli della
    pastorale giovanile, dei gruppi associativi, a volte fracassano di fronte a
    questo nemico invisibile ma che parla un linguaggio certamente più dolce e
    affabile soprattutto quando poi ognuno si ritrova a dover decidere per se e fare
    le proprie scelte di vita fuori da quel sistema protettivo nel quale si e’
    abituati a vivere.
    Il modello occidentale e’
    sotto questo punto di vista ancora più vulnerabile, io fin da piccolo sono stato
    veramente onorato e riverito come un piccolo principe e questo non mi ha davvero
    fatto bene, posso dire di non essere allenato per affrontare la vita, lo vedo
    facendo il confronto com mia moglie Suzana all’eta di 15 anni lottava per iscriversi alla scuola,
    lei conosce il valore dello studio, all’eta di 15 anni era lei la responsabile della casa e
    delle sorelle minori voi la conoscete, sicuramente non si può dire non essere
    ‘solida’.
    Per questo motivo vi chiedo
    di essere più misericordiosi, non tutti veniamo dalle stesse esperienze non
    tutti sono costretti a lasciare quel sistema protettivo di cui parlavo prima,
    d’altro canto anche nel vangelo una delle parabole più suggestive riguardanti se
    vogliamo il volontariato ci mostra un uomo esterno dalla classe dei “buoni”
    portato come esempio da Gesù per aver soccorso un estraneo e questo uomo, il
    samaritano non sappiamo se fosse solido e solidale sempre, non sappiamo se
    avesse scelto di condividere con i più poveri parte della sua vita, non sapiamo
    se era un uomo di preghiera, forse si o forse no quello che conta e’ che abbia
    saputo fare un gesto d’amore, voi lo sapete bene che io sono un po’ ribelle e
    pazzo beh, vi garantisco che non sono cambiato.
     
    Vi saluto perché e\’
    troppo tardi, scusatemi che ho detto qualche fesseria. Ciao
    ciao

  2. Icarus ha detto:

    Caro Francesco,
    cercavo parole come ho trovato qui. Sono in una profonda fase di
    revisione e riflessione.
    Non ho la tua mail. Ti andrebbe di scrivremi (icarus_sebi@hotmail.com), vorrei conoscere dove operi e soprattutto la tua esperienza, se non ti dispiace. Mi faresti un grande dono.
     
    Dirò una preghierina per voi tutti.
    Devis

  3. PaTty ha detto:

    piu corto????????????? ho un tema da fare martedi a scuola e non sò cosa fareeeeeeee………………….

  4. GRETA ha detto:

    guardate che x essere solidali nn bisogna credere x forza in dio..

  5. Luisa ha detto:

    Stefano, le tue riflessioni sono illuminanti come sempre…è vero anche quello che dice Falviano: non è facile conoscere fino in fondo quello che nasconde il nostro cuore. Però io credo che esista ANCHE qualcos’altro, che non si può chiamare solidarietà, forse, però ha alcune caratteristiche del volontariato: è ciò che spinge alcune persone a rischiare per osservare e non semplicemente vedere, per sforzarsi di comprendere e non semplicemente giudicare. Queste persone sono state e sono dei testimoni che permettono ai fratelli di sapere come vivono gli altri fratelli, di interessarsi a loro, di condividere il loro essere parte dell’umanità. Non tutti hanno il coraggio di cambiare totalmente vita ma non tutti sono chiamati a farlo, essere testimoni qui di ciò che succede altrove, farsi coinvolgere nella vita degli altri, anche solo per un breve momento, è, spesso, ugualmente difficile…

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